Col disegno di legge sul riordino della pubblica amministrazione l’esecutivo prepara anche il futuro della tutela dell’ambiente. Il ministro Madia: “Puntiamo a razionalizzare, cancellando le duplicazioni”. Resta l’incognita di chi tutelerà le 130 riserve naturalistiche dello Stato.

Repubblica.it del 02 aprile 2015161151066-45a930c9-ed63-446e-bcb3-13e8396d90ad

RISTRUTTURARE le forze di polizia a tutela dell’ambiente e il Corpo Forestale dello Stato o, eventualmente, assorbirle altrove? Sembrerebbero operazioni in contrasto l’una con l’altra, eppure, nell’ambito della piena delega che il Governo chiede al Parlamento con il Disegno di Legge sulla riorganizzazione della Pubblica Amministrazione a firma dei ministri Madia e Padoan, al voto nei prossimi giorni, la questione si presenta come un assegno in bianco che, oltre i diretti interessati, preoccupa non poco le associazioni ambientaliste e animaliste. Tanto da aver motivato, nei giorni scorsi, una giornata di manifestazione pacifica davanti a Senato e Montecitorio. Appaiono ancora oscure, infatti, le intenzioni riguardo il futuro delle forze schierate in difesa della natura, di cui semmai ci si auspicherebbe il potenziamento, visto che i nostri fragili ecosistemi non riguardano solo la sopravvivenza delle altre specie, ma anche e sempre più il benessere della nostra.

Spiega Marianna Madia, Ministro per la Pubblica Amministrazione e la Semplificazione: “Anzitutto bisogna chiarire: assorbire il Corpo forestale dello Stato vuol dire razionalizzare la catena di comando, snellire la burocrazia e valorizzare meglio le professionalità. Non significa ridimensionare, né marginalizzare, né tantomeno ridurre i posti di lavoro o le funzioni, fondamentali, di tutela dell’ambiente e del territorio”.

Ineccepibile, fin qui, ma come si pensa di rendere operativa l’impresa, vista l’eccezionale specificità  delle competenze del Cfs? Anti bracconaggio, Cites (contrasto ai traffici di specie protette), anti incendi, soccorso alpino, fino alla cura diretta delle 130 riserve naturalistiche dello Stato (all’interno delle quali lavorano con contratti a tempo indeterminato e stipulati con il Cfs  1.400 operai) autentici gioielli di biodiversità.

“Tutti gli interventi di riforma, dall’attuazione della legge Delrio, al disegno di legge Boschi di riforma del Titolo V, sino al disegno legge di riforma della PA hanno un obiettivo comune: uno Stato più semplice e snello. Puntiamo a razionalizzare, cancellare duplicazioni e semplificare per aumentare la qualità e la trasparenza dei servizi offerti ai cittadini, con regole e tempi certi. Uno dei punti importanti della riforma è costituito appunto dalla razionalizzazione delle funzioni di polizia, non solo attraverso l’eliminazione di sovrapposizioni di competenze e il riordino delle funzioni in materia di tutela dell’ambiente, del territorio e del mare, ma anche mediante la riduzione a quattro dei Corpi esistenti, con assorbimento del Corpo forestale dello Stato. Sarà inoltre rivista  la gestione dei servizi strumentali dei corpi di polizia, attraverso una loro gestione associata”.

In quale corpo di polizia, però, ancora non è dato sapere, come pure rimane assai incerto il destino della Polizia Provinciale, anch’essa impegnata in modo capillare sul territorio nell’applicazione delle normative circa la tutela di ambiente e animali:  “Nella discussione in Senato la Commissione Bilancio ha posto, come condizione per l’approvazione del riordino delle polizie provinciali, l’esclusione della confluenza del loro personale presso le forze di polizia statali. Premesso questo, nel processo di attuazione della legge Delrio e nel seguito del percorso parlamentare del Ddl, valuteremo in maniera approfondita tale aspetto, anche rispetto alle funzioni che gli enti di area vasta manterranno nel nuovo assetto”.

D’altro canto, all’articolo 7, il Ddl chiede nel merito carta bianca: “… riordino delle funzioni di polizia di tutela dell’ambiente e del territorio, nonché nel campo della sicurezza e dei controlli nel settore agroalimentare, con riorganizzazione di quelle del Corpo forestale dello Stato ed eventuale assorbimento delle medesime in quelle delle altre Forze di polizia, ferma restando la garanzia degli attuali livelli di presidio dell’ambiente e del territorio e la salvaguardia delle professionalità esistenti”  e c’è addirittura chi, in quel termine “eventuale” legge una richiesta impropria da parte di un Governo che finora, in termini di difesa della natura, si è dimostrato più che inadeguato, sdoganando semmai trivelle e ulteriori cementificazioni in nome dello Sblocca Italia, nonché gli emendamenti filo venatori dei senatori Pd.

“Sono pienamente d’accordo sulla assoluta strategicità del tema ambiente per il futuro delle persone e per lo sviluppo del Paese. Ma dissento” obietta il ministro Madia “riguardo l’impegno di questo Governo. Proprio nei giorni scorsi il Ministero dell’Ambiente ha pubblicato sul proprio sito un documento che riepiloga tutto il lavoro fatto in un anno e cito, tra le molte cose, i 7 miliardi investiti sul piano nazionale contro il dissesto idrogeologico”.

Trattasi in realtà di un programma da svilupparsi, assieme al finanziamento, in sette anni, tentando  –  finalmente ? – prevenzione e adattamento del territorio sulla scorta di recenti alluvioni e calamità. Educazione ambientale, investimenti sulle risorse naturalistiche rimangono invece, più in generale, concetti troppo moderni per la politica di Renzi, paradossalmente indifferente alla prima emergenza planetaria.

Frattanto, riguardo il futuro del Cfs, nell’ipotesi di un accorpamento con Carabinieri o Polizia di Stato sono a oggi misteriose le modalità del passaggio. Nella seconda ipotesi, che appare tuttavia poco probabile, c’è chi spera in un grande dipartimento ambientale simile alla polizia Stradale. Altri poi si interrogano sulla sorte dei numerosi comandi di stazione, gli unici in zone rurali e montane impervie e, non da ultimo, pende l’interrogativo sulle 130 riserve naturalistiche statali, un patrimonio imprescindibile degli italiani che necessita di ferrea protezione e, in questi tempi deliranti, nessuno vorrebbe veder prestato o ceduto a iniziative inopportune.

Di seguito riporto qualche notizia ” rubata dalla rete”; a quanto sembra l’emendamento n.7117 proposto dal partito SVP il 18 marzo presso la Commissione Affari Costituzionali del Senato è stato approvato. Questo emendamento prevede che nelle Regioni a statuto
speciale e nelle Province autonome di Trento e di Bolzano “restano ferme tutte le attribuzioni spettanti ai rispettivi Corpi forestali regionali e provinciali”, incluse le funzioni “di pubblica sicurezza e di polizia giudiziaria”.
È quanto prevede un emendamento a firma Karl Zeller (Svp) al ddl delega P.a., approvato dalla commissione Affari costituzionali al Senato. Già il testo prevede che l’eventuale accorpamento nelle altre forze di polizia varrà esclusivamente per il Corpo forestale dello Stato e non per i corpi forestali locali.

Roma – 23 Febbraio 2015
Incontro con Ettore Rosato: legge di riforma prima dell’estate ma resta la necessità di definire il ruolo dei Corpi Forestali di Regioni e Provincie autonome

Il disegno di legge del Governo (1577) che prevede la soppressione del Corpo Forestale dello Stato, dovrebbe terminare in queste settimane il proprio iter legislativo al Senato per essere subito dopo messo in discussione al Parlamento. Se la norma dovesse essere approvata così com’è stata proposta, fra qualche mese il CFS, un istituzione vecchia di quasi duecento anni, non esisterà più.

Il disegno di legge al momento, non fa alcun riferimento ai Corpi Forestali di Regioni e Provincie autonome, “protetti” dai loro statuti di “rango costituzionale”, ma crea comunque, in tutti noi, preoccupazione ed incertezza. In questo contesto nella giornata di ieri abbiamo incontrato l’On. Ettore Rosato (ex sottosegretario agli interni ed oggi molto vicino allo “staff di governo”) per portare avanti il rapporto di collaborazione intrapreso con il Corpafor già da diversi anni e cercare di capire meglio il ruolo che verrà dato alle nostre istituzioni dopo la riforma.

Dall’incontro (durato quasi un ora negli uffici di Montecitorio) è emersa chiaramente la precisa volontà del Governo di procedere in modo spedito e determinato alle riforme necessarie per ottimizzare, anche in questo settore, sia le risorse umane sia le spese. La legge sarà approvata dal Parlamento, ci è stato riferito, con molta probabilità, ben prima della prossima estate.

Il disegno di legge finora non ha previsto chiaramente il nostro ruolo (e per farlo si dovranno superare non poche difficoltà normative) ma c’ è la disponibilità a trovare insieme soluzioni che servano a tutelare i settori che funzionano ed a migliorare la collaborazione fra istituzioni di polizia. In questo contesto Ettore Rosato si è dichiarato disponibile a valutare proposte di eventuali lievi modifiche o piccole integrazioni alla norma che consentano di trovare la massima sinergia fra corpi di regioni e provincie autonome e le istituzioni dello Stato che si occuperanno di polizia ambientale.

Giorni fa, a Ravenna, si sono scontrate due navi mercantili. Se l’incidente fosse accaduto in qualsiasi altro porto d’Europa si sarebbero attivate al massimo una o due forze di polizia specializzate. Invece nell’Adriatico si sono mosse due motovedette della Capitaneria, due motobarche dei piloti del porto, un natante dei Vigili del Fuoco, una motovedetta della Guardia di Finanza e un’altra della Polizia di Stato, «oltre» si legge in un comunicato ufficiale «alcuni mezzi dell’Aviazione militare». Mancavano, chissà perché, i carabinieri. Che invece un mese fa si sono distinti stroncando un’organizzazione che trafficava rifiuti in Liguria. Non hanno lavorato da soli: il reparto specializzato dei Noe è intervenuto con la Dia di Genova, la questura e la Forestale di La Spezia. «Sono i carabinieri che hanno collaborato con noi, e non viceversa!» hanno tenuto a specificare i forestali: «L’unica, vera polizia ambientale e forestale siamo noi!». Imitando il Commissario Lo Gatto (reso celebre da Lino Banfi, che nel 1981 faceva a gara con i carabinieri per arrestare Paolo Villaggio, alias “Fracchia la Belva Umana”), lo scorso 9 dicembre anche i militari di Varese hanno messo le manette a cinque agenti corrotti: operazione coadiuvata dall’Arma con l’appoggio della Penitenziaria, la Polizia di Stato e la Guardia di Finanza. Ecco: quello che succede tra Ravenna e Varese non è l’eccezione, ma la regola. Lo spreco di uomini e le sovrapposizioni tra corpi sono ormai endemici. Con il paradosso che se si denuncia uno spacciatore in flagrante rischiano di arrivare contemporaneamente quelli dell’antidroga, i carabinieri, la Finanza, la polizia provinciale, la municipale e, se lo spacciatore è un detenuto in permesso o ai domiciliari, pure gli uomini della Penitenziaria. «Serve una riforma radicale», spiega a “l’Espresso” il viceministro dell’Economia Enrico Morando, da sempre fautore dell’unificazione delle forze dell’ordine. Finora, però, il governo – a parte chiacchiere e promesse – ha fatto poco o nulla.
RENZI INDIETRO TUTTA
Nell’anno di grazia 2015 l’Italia resta l’unico paese al mondo ad avere cinque forze dell’ordine a carattere nazionale (la Polizia, i Carabinieri, la Finanza, la Forestale e la Penitenziaria) a cui vanno sommati i Vigili del Fuoco e le Capitanerie di Porto. Alle “sette sorelle”, inoltre, bisogna aggiungere la polizia municipale e quella provinciale, che vive e lotta insieme a noi nonostante le Province, dentro cui gli agenti erano incardinati, siano state soppresse. Ogni corpo ha i suoi comandi, i suoi centri operativi, le sue caserme, i suoi generali con tre o quattro stellette e ufficiali che difendono i privilegi. Sono decenni che esperti e addetti ai lavori chiedono alla politica una razionalizzazione del comparto sicurezza. Ma senza alcun successo: nonostante buoni propositi e proclami a profusione, le resistenze degli apparati sono poderose, e nessuna proposta sistemica è stata mai partorita in Parlamento. Anche Renzi, lo scorso ottobre, aveva ventilato una sforbiciata, spiegando come fosse ormai «impensabile avere più corpi che fanno le stesse cose». Qualcuno, in Consiglio dei ministri, giura a “l’Espresso” che il sogno del premier sarebbe quello di lasciare in vita solo Polizia e Carabinieri, (attraverso un accorpamento delle Fiamme Gialle all’Arma e della Penitenziaria alla Polizia), ma è probabile che gli unici che perderanno l’autonomia saranno i Forestali: pochi (in tutto meno di 8 mila) e politicamente poco influenti (Cesare Patrone, comandante in capo dal lontano 2004, è considerato uomo di centro-destra: fu nominato dall’ex ministro dell’Agricoltura Gianni Alemanno), entro i prossimi mesi potrebbero finire in un dipartimento specializzato sotto il Viminale. Altra novità in vista è la creazione di una “Centrale unica di acquisto”, in modo da evitare sprechi e limitare spese pazze su armamenti, divise e attrezzature. Secondo i numeri del ministero dell’Interno i delitti sono calati del 7 percento nell’ultimo anno. Eppure i sondaggi mostrano che gli italiani non si sentono affatto più sicuri. Troppo poco, secondo il Sap e il sindacato di settore della Cgil. Che vorrebbero una rivoluzione assai più incisiva. «Sembra paradossale che lo diciamo proprio noi. Ma passando da cinque a due polizie nazionali avremmo più soldi da investire negli stipendi dei nostri agenti, oggi tra i più bassi d’Europa (1.280 euro è quello d’ingresso, contro i 1.900 della Germania, ndr) e, soprattutto, più uomini per strada», ragiona Gianni Tonelli, segretario generale del sindacato autonomo di polizia, che dell’unificazione dei corpi ha fatto una bandiera. «Su oltre 20 miliardi totali spesi ogni anno, ne potremmo risparmiare da tre a sei». Evitando la settuplicazione degli apparati logistici, di sicuro, i risparmi sarebbero enormi. «Inoltre costituendo una centrale operativa unica potremmo liberare risorse umane per controllare meglio il territorio: se sommassimo tutti i piantoni d’Italia avremmo un’ottava forza di polizia, la più numerosa del Paese».
SPRECOPOLI IN DIVISA
Dati alla mano, il 60 per cento degli uomini in divisa, da Cuneo e Caltanissetta, lavora nell’apparato tecnico-logistico. Un esercito di colletti bianchi, segretari e impiegati: ognuna delle “sette sorelle” ha infatti le sue centrali operative, le sue caserme, gli uffici per le divise, quello per gli stipendi, il parco automezzi, i suoi apparati e le sue scuole di formazione. Una duplicazione pletorica che raggiunge, a Firenze, il suo apice: i 7 mila operatori in città fanno riferimento a 11 centrali diverse, mentre attorno all’Arno si contano quattro mense intitolate alla polizia, due in cui possono mangiare solo i carabinieri, una adibita ai pompieri e un’altra riservata alla municipale.
A Firenze alcuni comandi sono distanti pochi metri, ma anche a Roma e Milano le sovrapposizioni sono clamorose: vicino al Duomo si contano una trentina tra commissariati, caserme dell’Arma, sportelli “amici”, dipartimenti di pubblica sicurezza e uffici della questura. Lo sperpero regna sovrano anche all’interno dei singoli corpi: un deputato del Pd, Giuseppe Berretta, ha scoperto che a Catania la polizia spende quattro milioni per affittare 24 sedi per un totale di 80 mila metri. «Peccato che ne servano solo 25 mila», scrive il democrat in un’interrogazione parlamentare. «Uno spreco di risorse che fa il paio con lo spreco di uomini impegnati nella vigilanza di troppi immobili affittati: se si accorpassero tutti gli uffici in un’unica questura avremmo ben 150 poliziotti in più a disposizione per attività di sicurezza sul territorio catanese».
In Italia ci sono, attualmente, 1.850 centri di comando della Polizia di Stato, 6.140 dei carabinieri (di cui oltre 4 mila stazioni), oltre a una ventina di direzioni centrali, a cui vanno aggiunti i distaccamenti della Finanza. Un’enormità: non è un caso che qualche mese fa una nota della Ragioneria dello Stato abbia segnalato che i centri di costo della pubblica amministrazione, passati dai 137 del 2008 ai 251 del 2013, siano esplosi soprattutto a causa del contributo «del ministero dell’Interno, con un aumento delle prefetture e l’apertura di centri di costo riguardanti le questure e le direzioni regionali dei Vigili del Fuoco». Un caos che causa anche strane difformità territoriali: un rapporto firmato dall’ex commissario alla spending review Piero Giarda evidenzia, per esempio, che se in Lombardia i carabinieri costano a ogni abitante 59 euro l’anno, in Molise la cifra schizza a 176 euro, passando per i 150 della Calabria, i 136 del Trentino e i 164 della Sardegna.
GIUNGLA O SICUREZZA?
Secondo il successore di Giarda, Carlo Cottarelli, una riforma del comparto sicurezza avrebbe potuto portare a risparmi, nel 2015, di circa 800 milioni di euro, e a regime, dal 2016, di 1,7 miliardi l’anno. I due economisti non entravano nei dettagli. Ma di certo immaginavano una razionalizzazione radicale e non i piccoli tagli messi in cantiere dal Viminale, che vuol chiudere 200 posti di polizia tra cui «la squadra nautica di Riva del Garda e il gruppo a cavallo di Firenze».
Robetta. Gli spazi per riorganizzare in profondità il sistema, infatti, sono sterminati. Anche per quanto riguarda la catena di comando della politica, divisa tra cinque ministeri: se la polizia fa capo al ministero dell’Interno (così come i carabinieri, ma solo quando fanno ordine pubblico), l’Arma dipende direttamente dal ministero della Difesa, mentre la Guardia di Finanza da quello dell’Economia; la Penitenziaria è legata invece al ministero della Giustizia, e i Forestali prendono ordini da quello delle Politiche agricole. I vertici dei corpi vedono l’unificazione come il fumo negli occhi perché non vogliono perdere potere e privilegi (in primis stipendi che arrivano in molti casi al tetto di 240 mila euro imposto dal governo l’anno passato), ma anche i politici non vedono di buon occhio il ridimensionamento dei loro dicasteri: è un fatto che il ministro della Giustizia Andrea Orlando vuole tenersi ben stretta la “sua” penitenziaria, e ha già annunciato che «la fusione non è all’ordine del giorno». Se i ministeri litigano per le competenze, anche i reparti specializzati dei vari corpi si pestano i piedi a vicenda. Per legge, in materia di sanità e contraffazione alimentare, possono infatti intervenire sia i carabinieri dei Nas sia i Forestali e quelli della Finanza, mentre altri reati del settore agroalimentare sono contesi dal comando carabinieri Politiche agricole, dal nucleo operativo della Finanza (specializzata nelle frodi comunitarie) e, ovviamente, dai forestali, che spesso litigano con quelli del Noe quando si tratta di indagare sui crimini ambientali. Su cui, però, possono mettere becco anche gli specialisti della Finanza «con», dice una legge, «una componente aeronavale preposta». Persino la difesa dei nostri beni culturali è spacchettata tra più corpi: una direttiva del 1992 attribuisce ai carabinieri la Tutela del patrimonio culturale, ma un’altra firmata dall’ex ministro Beppe Pisanu del 2006 prevede che possa intervenire anche la Finanza, «per quel che concerne» si legge «i compiti di prevenzione, ricerca e repressione delle violazioni in materia di demanio e patrimonio pubblico». Insomma, tutti fanno tutto, spesso senza alcun coordinamento. Una patologia, anche perché i corpi insistono sullo stesso, identico territorio. In Francia la Polizia è presente nelle grandi città e la Gendarmeria opera nei piccoli centri, in Austria, Germania e Inghilterra ogni corpo ha identità e campi d’intervento ben delineati, da noi trionfano le duplicazioni. Una malattia che ha contagiato persino i dispositivi antimafia: la nascita della Dia, sulla carta la nostra Fbi, avrebbe dovuto comportare teoricamente lo scioglimento degli altri reparti specializzati. Invece polizia, finanza e carabinieri lavorano sul crimine organizzato come sempre, e tutti vantano una o più unità antidroga.
ANOMALIA ITALIANA
Finora, a parte l’ipotesi di cancellare i Forestali, il governo non ha messo sul tavolo nessuna riforma di rilievo. Eppure Morando, viceministro dell’Economia, resta ottimista. «La fusione del Corpo Forestale con la Polizia è solo un primo passo. Di sicuro ci sono i margini per effettuare riforme importanti, in modo da evitare sovrapposizioni non più accettabili. Bisogna che, almeno, il territorio venga diviso tra i corpi: dove c’è una forza di polizia non ce ne deve essere un’altra. In Europa siamo uno dei Paesi che spende di più, ma in termini di risultati facciamo peggio di Francia, Germania, Inghilterra e Spagna: vuol dire che c’è un problema di organizzazione e struttura del servizio. Le sembra opportuno, per esempio, che la Guardia di Finanza abbia reparti antisommossa come i Berretti Verdi?». L’anomalia italiana salta agli occhi analizzando anche gli ultimi dati Eurostat. Anche se le cronache nazionali raccontano di volanti che restano a secco di carburante, di uniformi che non bastano per tutti, di magistrati costretti a fare indagini con un organico falcidiato (ci sono 26 mila agenti di polizia giudiziaria in meno), siamo in assoluto il Paese della Ue con più divise sul campo, circa 276 mila. Un numero che non comprende né la polizia locale, né l’armata della Penitenziaria e dei vigili del fuoco. Non sono contributi secondari. Nei lunghi anni di Roberto Maroni al Viminale agli ex vigili urbani sono stati destinati investimenti enormi, proprio per rafforzarne il ruolo nel settore della sicurezza: è stato persino finanziato l’acquisto di un aereo per la municipale di Chieri, nel Bresciano. Salvo poi scoprire scandali più o meno clamorosi nella gestione dei pizzardoni: il più dirompente è quello sul Capodanno romano, con l’83,5 per cento degli agenti capitolini che hanno dato forfait (vedi box). Come è lontana l’Europa. La Germania e la Francia, più popolose, hanno rispettivamente meno uomini (243 mila e 206 mila), mentre la Gran Bretagna – dove le statistiche indicano livelli di sicurezza per noi lunari – ha quasi la metà dei nostri poliziotti. Così, se in Italia si contano 453 agenti ogni 100mila abitanti, in Francia scendono a 356, in Germania a 300, in Inghilterra a 259. La Norvegia, addirittura, appena 159. Una classifica confermata anche dall’altro studio di riferimento del settore, l’“European sourcebook of crime and criminal justice statistics”, secondo cui in Italia ci sarebbero addirittura 535 agenti ogni 100mila abitanti. Certo mafia, camorra e ’ndrangheta sono un cancro tricolore, e ogni nazione ha le sue peculiarità. Eppure la discrasia tra investimenti e risultati è evidente in ogni tabella Eurostat: nel 2012 abbiamo speso per i servizi di polizia l’1,2 per cento del Prodotto interno lordo, secondi solo a Spagna e Gran Bretagna. Oltre 18,3 miliardi, a cui vanno aggiunti altri due miliardi per i costi di vigili del fuoco e Penitenziaria. Un tesoro sprecato, speso senza attenzione, disperso nei rivoli dei nostri corpi affamati di autonomia e potere. Così gelosi della loro indipendenza da non essere riusciti neanche a creare il numero unico di emergenza. Dal 2004 la Ue ha infatti obbligato tutti i Paesi membri a usare il 112, in modo da smistare rapidamente le telefonate agli agenti più vicini o ai reparti specializzati. Su 28 nazioni siamo gli unici che non l’hanno ancora attivato, se non in via sperimentale a Varese, Milano e Brescia. «Non starò a guardare la vita dei cittadini italiani messa in pericolo perché il governo non ha fatto niente», disse nel 2010 il commissario europeo Neelie Kroes, annunciando la procedura d’infrazione contro l’Italia. Berlusconi prima, Monti e Letta poi, Renzi oggi hanno continuato a non far nulla. Nonostante in gioco ci sia la sicurezza dei cittadini e, pure, multe salatissime: se non ci mettiamo in regola rischiamo di pagare 178.560 euro al giorno.

Il Sindacato Forestali PAT esprime la più viva solidarietà e il più fermo sdegno per il vile attentato subito dal collega del Corpo Foresale dello Stato Maresciallo Antonio Villani, comandante della Stazione di San Marco in Lamis (FG).

Qui la notizia completa:
http://www.tvgargano.it/news/cronaca/item/2209-san-marco-attentato-contro-maresciallo-della-forestale-villani.html

Nei giorni scorsi abbiamo inviato a tutti i dipendenti delle qualifiche forestali della PAT, una comunicazione dove chiedevamo la vostra opinione su un argomento a nostro parere molto sentito, la possibilità di lavorare per 5 o 6 giorni durante il turno settimanale. Ognuno potrà dare il proprio contributo, perchè solo così, secondo noi, sarà possibile lavorare bene e lavorare per i forestali.

sondaggio

Ecco il testo integrale della comunicazione:

Buongiorno a tutti,

in esito alle osservazioni formulate dalla maggioranza dei suoi aderenti, il Sindacato Forestali PAT di FENALT intende effettuare una ricognizione in merito all’annosa e più volte affrontata questione dell’orario di lavoro, vale a dire quella attinente la sua distribuzione su 5 o 6 giorni settimanali.

L’indagine, che ha mero carattere ricognitorio, ha lo scopo di verificare l’attuale orientamento del personale delle qualifiche forestali (a prescindere dall’appartenenza o meno ad un’organizzazione sindacale) per impostare, qualora la ricognizione ne evidenzi la chiara necessità, le azioni successive.

L’esito sarà tempestivamente comunicato a tutti i forestali (mediante pubblicazione sulla sezione liberamente accessibile del sito www.forestalipat.it) esclusivamente in forma cumulativa (quindi assolutamente anonima) mentre si chiede di dare riscontro alla presente dichiarando la propria identità, perché sia garantita l’attendibilità dei dati.

Ricordiamo a tutti i colleghi che le risposte dovranno pervenirci entro il giorno 1 marzo 2014.

E’ sufficiente rispondere alla presente mail (for.pat.fenalt@gmail.com) indicando “cinque” ovvero “sei” a seconda della preferenza.

Ringraziando fin d’ora per la cortese collaborazione, si porgono a tutti i colleghi distinti saluti.

                                                                                                          Forestali PAT

Co.R.P.A.For (Coordinamento dei Corpi Forestali delle Regioni e Provincie Autonome)
Nota di chiarimento e presentazione inviata via posta elettronica in data 10.07.2013 a Co.R.P.A.For

Buongiorno, il Consiglio Direttivo di Forestali Pat con questa comunicazione intende presentarsi a Co.R.P.A.For come nuova realtà sindacale della Provincia Autonoma di Trento.

Il sindacato Forestali PAT nasce nel Gennaio 2013 in seno a Fe.N.A.L.T. (Nuova federazione autonoma Lavoratori del Trentino), il maggior sindacato autonomo dei dipendenti della Provincia ed Enti Locali del Trentino. Esso si propone di migliorare le condizioni di sicurezza e gli istituti contrattuali del personale appartenente alle qualifiche forestali (ovvero quelle comprese tra l’agente forestale e l’ispettore forestale superiore scelto) del Corpo Forestale della Provincia autonoma di Trento (CFT). La joint venture con Fe.N.A.L.T. (sancita dell’Accordo di cooperazione del Febbraio 2013) garantisce a Forestali PAT una particolare autonomia gestionale e finanziaria permettendogli di porsi quale valido riferimento sia per il personale forestale aderente che per l’Amministrazione di appartenenza.

In breve tempo, Forestali PAT ha potuto contare sull’appoggio di circa 40 colleghi, divenendo il secondo sindacato di categoria in seno al Corpo Forestale della Provincia autonoma di Trento. L’attuale Presidente del Consiglio direttivo, equitativamente composto da tre Ufficiali di PG e tre Agenti di PG, è l’Ispettore forestale superiore scelto Paolo Vaia. Cardine dell’operato di Forestali PAT è la ricerca della massima Trasparenza nei confronti degli aderenti (convocazione delle assemblee generali e straordinarie, condivisione online delle tematiche di attualità nonché dei verbali di assemblea e riunione di tutti gli organi del sindacato), della Dirigenza del CFT (incontri di presentazione e di condivisione delle criticità riscontrate in ambito lavorativo) nonché degli altri sindacati (incontri con i rappresentanti di CIGL, CISL e UIL).

In tale contesto si inserisce la nota con la quale l’IFSS Paolo Vaia ha comunicato a codesto spettabile Coordinamento che Mauro Zeni (IFSS in congedo dal 01.07.2011) non rappresenta il sindacato Forestali PAT, non facendone parte. Tale informazione, naturalmente, non ha l’intenzione di delegittimare l’operato dell’ex collega il cui prezioso contributo presso CORPAFOR è certamente innegabile. Nella medesima prospettiva di condivisione d’intenti si pone pure la presente. Infatti, constatando che CORPAFOR si prefigge meritevolmente di coinvolgere quanto più possibile le singole organizzazioni di categoria o direttamente i colleghi, anche attraverso la condivisione di singoli documenti inerenti aspetti largamente condivisi, Forestali PAT desidera comunicare la propria piena e pronta disponibilità a far parte dell’interessante ventaglio di iniziative intraprese dal Coordinamento. Pertanto, nell’augurarVi ogni miglior risultato, il Sindacato auspica un diretto coinvolgimento presso CORPAFOR appoggiandone concretamente l’operato, anche attraverso la prossima sottoscrizione del modulo di adesione collettiva.

Cordialità.

 Il Consiglio Direttivo di Forestali PAT

(Sindacato autonomo del personale delle qualifiche forestali della Provincia Autonoma di Trento)