Dal Fatto Quotidiano del 5 febbraio 2017

Due venditori di cardellini denunciati e 300 volatili liberati. Sono i numeri del blitz scattato questa mattina poco dopo le otto nel mercato di Ballarò a Palermo che ha visti impegnati per la prima volta i carabinieri forestali del comando provinciale di Palermo. Il mercato storico si trasforma ogni domenica in uno dei più grossi centri di traffico di fauna protetta. Due palermitani, F.F. 26 anni e D.V. 41 anni sono stati denunciati in stato di libertà con l’accusa di maltrattamento di animali, ricettazione e detenzione incompatibile di specie protetta. I due più volte sono stati trovati a Ballarò a vendere cardellini. Al loro arrivo i militari hanno trovato circa 300 cardellini, richiusi in gabbiette anguste e sporche, impossibilitati a volare, in condizioni di evidente sofferenza. Tra di loro alcuni esemplari erano già morti. Dopo la visita dei veterinari dell’Asp di Palermo, i volatili sono stati liberati nel parco della Favorita.

Misterioso episodio in Catalogna: un 28enne si è costituito raccontando di aver ucciso due guardie forestali a fucilate

Ivan Francese – Dom, 29/01/2017 – 20:04 il Giornale

Deve rispondere di duplice omicidio, il cacciatore catalano Ismael Rodriguez. L’uomo, di 28 anni, è accusato di aver ucciso a fucilate due guardie forestali che gli chiedevano la sua licenza mentre stava cacciando nelle foreste vicino a Lleida, in Catalogna.

L’uomo si sarebbe costituito ieri alle autorità spagnole, raccontando una storia che ha dell’incredibile e che sta tenendo col fiato sospeso tutto il Paese iberico: due ranger trentanovenni, David Iglesias e Xavier Ribes, hanno fermato il cacciatore nei pressi della località di Aspa chiedendogli di scaricare il fucile e di mostrare loro il porto d’armi.

A questo punto Rodriguez, che si trovava in possesso di un porto d’armi valido ma non adatto al tipo di arma che stava portando, avrebbe perso la testa e aperto il fuoco verso i due ranger. L’assassino ha spiegato alla polizia di “non ricordare” il momento dello sparo e che il suo ultimo ricordo distinto sarebbe stato quello del momento in cui le guardie forestali gli chiedevano di scaricare l’arma.

Secondo El Pais l’uomo era già stato segnalato due volte alle aurorità, ma il ministro degli Interni della Catalogna invita a “non demonizzare” l’intera comunità dei cacciatori.

Immagine fenalt
HAI POCHI GIORNI PER RIFIUTARTI DI ESSERE ISCRITTO OBBLIGATORIAMENTE PER 3 ANNI !!!
QUESTO SANIFONDS?……NO GRAZIE!

(se non revochi ora, il fondo prevede iscrizione obbligatoria per i prossimi 3 anni, alla fine dei quali puoi uscire solo previa raccomandata con ricevuta di ritorno entro i 90 giorni dalla scadenza)

HAI POCHI GIORNI PER CERCARE DI FAR CAMBIARE SANIFONDS SECONDO PRINCIPI CHE SERVANO AI LAVORATORI

(potrai comunque aderire in qualsiasi momento, compilando il modulo di adesione)

HAI POCHI GIORNI PER CAMBIARE LE COSE

SANIFONDS È UNA SOLUZIONE INACCETTABILE

NON È ACCETTABILE che si sperperino enormi risorse spalmandole su miriadi di interventi di poche decine di euro per prestazioni banali.

NON È ACCETTABILE l’altissimo costo di gestione a fronte di benefici inconsistenti per i lavoratori.

COSA VOGLIAMO?

Più lavoratori presenteranno il modulo di NON ADESIONE e maggiori saranno le possibilità di ottenere la disponibilità di SANIFONDS a discutere le nuove condizioni con tutti i sindacati dei comparti pubblici del Trentino. Noi chiediamo di destinare la maggior parte delle risorse alle patologie gravi (cura ed integrazione reddito) e alla non autosufficienza dei lavoratori e dei loro familiari, con una parte del fondo dedicata all’indennizzo dei familiari superstiti in caso di premorienza del lavoratore.

PER CAMBIARE SANIFONDS COMPILIAMO TUTTI LA NON ADESIONE ENTRO IL 15 APRILE 2016!!!

Riportiamo il comunicato di Fenalt giunto via mail ai dipendenti. Alleghiamo il modulo di non adesione.

QUANTI BALZELLI
QUANTA INUTILITA’
QUANTA DISCRIMINAZIONE SINDACALE

PER CAMBIARE SANIFONDS NON ADERIAMO!!!
Lo statuto di SANIFONDS recita:
articolo 3 – Scopo
1. Il Fondo, che non ha fini di lucro, ha lo scopo di garantire forme integrative di assistenza per i casi di malattia e/o invalidità e/o infortunio e/o non autosufficienza e/o assistenza in favore dei Beneficiari…..
Ma il nomenclatore delle prestazioni approvato da CDA di Sanifonds ci permette di ottenere dei rimborsi per alcune prestazioni così sminuzzati per tipologia che vanno da 22,50 a 75,00 euro.
Ritenendo INUTILE questo sperpero di soldi, noi, insieme ad altri sindacati autonomi, chiediamo di destinare la maggior parte delle risorse a garantire forme integrative di assistenza per i casi di malattia e/o invalidità e/o infortunio e/o non autosufficienza e/o assistenza, senza tutti gli spezzettamenti predefiniti.
COGLIAMO L’OCCASIONE PER RICORDARVI ALCUNI BALZELLI: nello statuto del FONDO L’ISCRIZIONE VALE COME MINIMO 3 ANNI e per recedere serve raccomandata con ricevuta inviata 90 giorni prima!! E’ un po’ più facile iscriversi…con il meccanismo del silenzio assenso, che non possiamo condividere.
Il sindacato consiglia di utilizzare il modulo di NON ADESIONE fornito dalla PAT perche’ ci hanno già preannunciato che metteranno in discussione altre forme di non adesione!
IL MODULO DI NON ADESIONE VA DATO AL SERVIZIO PER IL PERSONALE con documento di identità in copia (seguire le istruzioni del Dipartimento inviate ai lavoratori)
ALTRO BALZELLO: CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE BLINDATO per sempre!
Infatti nella costituzione di Sanifonds anno 2013 si trova:
ARTICOLO 13 – L’Assemblea dei Delegati – Composizione e convocazione
1. L’Assemblea dei Delegati è l’organo sovrano dell’associazione. L’Assemblea è composta da ventiquattro Delegati, designati dagli Associati in base al principio di pariteticità:
dodici per la parte datoriale e dodici per la parte sindacale; per quest’ultima quattro in rappresentanza della CGIL Trentino, quattro in rappresentanza della CISL Trentino e quattro in rappresentanza della UIL Trentino.
Quindi a priori si sono esclusi gli altri sindacati, anche se per ipotesi diventassero maggioritari: e’ giusto usare i soldi pubblici per avvantaggiare iniziative di qualche sindacato?
Quindi contro BALZELLI ED INUTILITA’

NON ADERIRE E Dì AI TUOI COLLEGHI DI NON ADERIRE!

Solo così potremo cambiare il fondo sanitario integrativo e usare le risorse pubbliche destinate ai lavoratori in modo UTILE.

Maurizio Valentinotti
Segretario Fenalt

 

ALLEGATO: disdetta%20fondo

FENALT                                                                                                     13 novembre 2015

DOBBIAMO REAGIRE TUTTI UNITI ORA O MAI PIU!!!

Il prossimo Mercoledì 18 novembre sarà un giorno importantissimo in cui dovremmo dimostrare che vogliamo un rinnovo contrattuale degno di questo nome, non la carità.

Mercoledì 18 dovrà essere un giorno pieno di forza, pieno di protesta e di riscatto della nostra dignità.

L’obiettivo sarà quello di far capire a ROSSI, che la realtà dei dipendenti pubblici non ha nulla a che fare con quella dei privilegi, con quella dei managers e dei Dirigenti. Forse i nostri politici che guadagnano cifre a 5 zeri non si rendono conto di quanto sia difficile oggi mandare avanti una famiglia magari con qualche figlio che studia o disoccupato. DOBBIAMO SPIEGARLO CHIARO MOSTRANDOCI FORTI E COESI, come sindacati, come dipendenti e se serve anche come elettori.

Siamo in tanti e per la prima volta abbiamo l’occasione di partecipare ad un evento organizzato e condiviso da TUTTI I SINDACATI. Una svolta storica in Trentino! Sfruttiamola.

A Trento, mercoledì prossimo all’Assemblea con corteo da Via Segantini (sala cooperazione) dovremo essere in tMaantissimi! Dovremmo esserci tutti!
Come Fenalt in particolare contiamo sulla partecipazione di tutti i nostri iscritti!

Chi, potendo, non darà il suo appoggio, toglierà forza alla nostra azione.

Ecco quindi un invito caloroso a tutti ad essere protagonisti ed a spronare i colleghi a fare altrettanto: sarà l’inizio di una battaglia per i nostri diritti e contro le iniquità.

Per la Segreteria FeNALT

Maurizio Valentinotti

dal sito uglcorpoforestale.it del 7 agosto 2015

La (eventuale) soppressione (di fatto) del Corpo forestale dello Stato stabilita con il cosiddetto “DDL Madia”, non è affatto – come molti stanno interpretando – un provvedimento finale e definitivo (e quindi operativo), ma è solo l’inizio di un percorso legislativo che deve ancora seguire altri iter entro i quali ci sono – dunque – spazi di interventi sociali e politici ancora tutti da mettere in campo. In altre parole, non è ancora affatto detta la parola definitiva. C’è ancora molto da dire. E da fare. E – dunque – non è vero che il CFS è già soppresso o “assorbito”. Oggi il Corpo forestale dello Stato è ancora a tutti gli effetti un corpo di polizia dello Stato ed opera a pieno titolo e regime. Domani pure. Tra qualche mese, vedremo… Ma vediamo di capire bene cosa sta succedendo, cosa deve ancora succedere e cosa possiamo fare per cercare di evitare questa incredibile soppressione/assorbimento che rappresenterebbe un colpo mortale per la tutela dell’ambiente, della salute pubblica e degli animali, nonché un regalo spettacolare offerto su un piatto d’argento a tutti i criminali ambientali di ogni risma e specie.

Che cosa è il c.d. “DDL Madia”? Una legge già operativa? No. Come è noto, in base alla Costituzione, l’esercizio della funzione legislativa, ordinariamente esercitata collettivamente dalle due Camere, può essere delegato al Governo, nel rispetto di  espliciti vincoli sulla determinazione di principi e criteri direttivi, sul tempo limitato di validità della delega, entro il quale il Governo può esercitarla, e sugli oggetti e materie definiti. La legge delega è una legge ordinaria, approvata dalle Camere sempre con la procedura normale di esame e di approvazione diretta. Ed è proprio questo il c.d. “DDL Madia”: una legge delega… Questa delega è conferita al Governo ed il successivo atto avente forza di legge emanato dal Governo medesimo, di cui è fonte la legge di delega, è detto decreto legislativo (o anche decreto delegato).  Ed questo che deve ancora accadere per il Corpo forestale dello Stato. Ora è stata approvata soltanto la legge di delega al Governo,  che non dispone o rende operativa ancora nessuna soppressione del CFS o passaggio in altra forza di polizia. Questo provvedimento delega il Governo a scrivere ed adottare entro  12 mesi  uno o più decreti legislativi seguendo i criteri che sono stati approvati. Per quanto riguarda il CFS, i criteri direttivi che devono essere tenuti in considerazione quando si scriverà l’apposito decreto legislativo sono i seguenti (vale la pena leggerli con attenzione parola per parola…):
“Art. 8. (Riorganizzazione dell’amministrazione dello Stato).
1.Il Governo è delegato ad adottare, entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi per modificare la disciplina della Presidenza del Consiglio dei ministri, dei Ministeri, delle agenzie governative nazionali e degli enti pubblici non economici nazionali. I decreti legislativi sono adottati nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi:
2.a) con riferimento all’amministrazione centrale e a quella periferica: (…) riordino delle funzioni di polizia di tutela dell’ambiente, del territorio e del mare, nonché nel campo della sicurezza e dei controlli nel settore agroalimentare, conseguente alla riorganizzazione del Corpo forestale dello Stato ed eventuale assorbimento del medesimo in altra Forza di polizia, ferme restando la garanzia degli attuali livelli di presidio dell’ambiente, del territorio e del mare e della sicurezza agroalimentare e la salvaguardia delle professionalità esistenti, delle specialità e dell’unitarietà delle funzioni da attribuire, assicurando la necessaria corrispondenza tra le funzioni trasferite e il transito del relativo personale; (…)

2) in caso di assorbimento del Corpo forestale dello Stato, anche in un’ottica di razionalizzazione dei costi, il transito del personale nella relativa Forza di polizia, nonché la facoltà di transito, in un contingente limitato, previa determinazione delle relative modalità, nelle altre Forze di polizia, in conseguente corrispondenza delle funzioni alle stesse attribuite e già svolte dal medesimo personale, con l’assunzione della relativa condizione, ovvero in altre amministrazioni pubbliche, di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni, nell’ambito delle relative dotazioni organiche, con trasferimento delle corrispondenti risorse finanziarie. Resta ferma la corresponsione, sotto forma di assegno ad personam riassorbibile con i successivi miglioramenti economici, della differenza fra il trattamento economico percepito e quello corrisposto in relazione alla posizione giuridica ed economica di assegnazione.”

Attenzione al passaggio: “riorganizzazione del Corpo forestale dello Stato ed eventuale assorbimento del medesimo in altra Forza di polizia”.

Dunque nulla è ancora prestabilito, scontato e definitivo. Si prevede “riorganizzazione” e solo “eventuale” assorbimento, e non si specifica ancora in quale “altra” forza di polizia. Si è – dunque – aperta in queste ore dopo l’approvazione del c.d. “DDL Madia” una importantissima mora temporale entro la quale c’è ancora tanto da fare, da dire e da intervenire. Il testo del decreto legislativo finale deve essere ancora scritto. Questo va sottolineato. E sarà solo quel testo che deciderà poi – alla fine – il destino del Corpo forestale dello Stato. Il problema è – dunque – a questo punto, come verrà scritto quel testo e chi siede al tavolo delle trattative per far scrivere il testo medesimo. Poiché sono in gioco valori costituzionali come la difesa dell’ambiente e della salute pubblica, ed è in gioco un intero corpo di polizia statale con le migliaia di operatori dipendenti che attendono una decisione che è relativa sia alla propria situazione personale, ma anche con riflessi diretti sulla propria operatività che va a incidere – appunto – direttamente su beni collettivi e preziosi come l’ambiente e la salute pubblica, riteniamo logico che da questo momento in poi ogni percorso da seguire sia dentro una casa di vetro con la partecipazione reale e penetrante di tutte le forze sociali interessate al settore ed in un quadro di trattive, azioni, proposte e decisioni pubbliche, condivise e solari e cioè aperte a tutti. Senza percorsi sotto tettoie, con un risultato poi finale a sorpresa maturato tra pochi e con un testo blindato del tipo prendere o lasciare. In questo contesto serve – dunque – oggi l’attiva e sentita partecipazione di tutti. E’ logico che in tale prospettiva il principale interlocutore istituzionale sono i sindacati del personale del Corpo forestale dello Stato, che in quest’occasione devono essere in assoluta unitarietà  e coesione di presenza al tavolo delle trattative per garantire ai propri dipendenti una decisione equa ed equilibrata sia per quanto riguarda – logicamente – le posizioni lavorative personali dei singoli forestali, ma anche in vista del fine sociale istituzionale che gli stessi perseguono  per la tutela dell’ambiente e della salute pubblica e – dunque – portatori diretti di un interesse generale della popolazione. Il percorso di redazione del decreto legislativo finale senza la presenza attiva, ed il contributo fattuale, di tutti sindacati al tavolo di lavoro, sarebbe qualcosa di inconcepibile. Nel contempo è necessaria dal basso la partecipazione attiva e sentita di tutti gli operatori del Corpo forestale dello Stato in servizio che non devono in questo momento scoraggiarsi, ma devono trasmettere positiva energia verso le loro organizzazioni sindacali per facilitare la risoluzione di questo momento difficile a livello istituzionale. Un ruolo fondamentale, sempre in questa mora temporale, devono svolgerla le associazioni ambientaliste e animaliste, oltre a quello che è stato già messo in campo. Il contributo delle associazioni è assolutamente importante, anche per avviare una strada efficace di evoluzione istituzionale. Anche in questo caso, sarà necessaria una coesione unitaria e coesa di tutte le associazioni, che dovranno per forza di cose far sentire la loro voce al tavolo delle trattative. Ogni associazione ha un interesse legittimo diretto, perché in questa fase non si tratta soltanto del posizionamento lavorativo dei dipendenti del Corpo forestale dello Stato, ma del futuro reale e sostanziale dei controlli in materia di tutela ambientale, della salute pubblica, degli animali e del patrimonio agroalimentare. Quindi la legittimazione è logica e doverosa. Ma sarà necessario anche un contributo delle persone di cultura, intellettuali, esponenti scientifici ed universitari che – ritengo – non potranno sottrarsi dall’entrare in campo in questo delicatissimo momento in cui sono in ballo – appunto – valori essenziali che riguardano tutti i cittadini.
Gli esponenti politici che hanno realmente capito la situazione potranno offrire un contributo fondamentale, pur auspicando che ciascun esponente politico non tenda a richiudere la propri iniziativa sotto un’unica posizione di bandiera, per evitare malintesi di posizionamento partitico che nuocerebbero soltanto alla causa comune. Sarà corretto ed intelligente unirsi tutti, anche se appartenenti a schieramenti diversi, sotto un tetto terzo e trasversale per una reale azione comune. Insomma, a mio avviso non è finita, ma si inizia ora. Ed ognuno sa e come potersi e volersi posizionare. Ma la trasparenza del percorso e la solarità estesa dei contributi, proposte e decisioni appare essenziale. Su  questo tutti (o quasi) dovremmo essere d’accordo. (di Maurizio Santoloci – Diritto all’ambiente)

Roma – 23 Febbraio 2015
Incontro con Ettore Rosato: legge di riforma prima dell’estate ma resta la necessità di definire il ruolo dei Corpi Forestali di Regioni e Provincie autonome

Il disegno di legge del Governo (1577) che prevede la soppressione del Corpo Forestale dello Stato, dovrebbe terminare in queste settimane il proprio iter legislativo al Senato per essere subito dopo messo in discussione al Parlamento. Se la norma dovesse essere approvata così com’è stata proposta, fra qualche mese il CFS, un istituzione vecchia di quasi duecento anni, non esisterà più.

Il disegno di legge al momento, non fa alcun riferimento ai Corpi Forestali di Regioni e Provincie autonome, “protetti” dai loro statuti di “rango costituzionale”, ma crea comunque, in tutti noi, preoccupazione ed incertezza. In questo contesto nella giornata di ieri abbiamo incontrato l’On. Ettore Rosato (ex sottosegretario agli interni ed oggi molto vicino allo “staff di governo”) per portare avanti il rapporto di collaborazione intrapreso con il Corpafor già da diversi anni e cercare di capire meglio il ruolo che verrà dato alle nostre istituzioni dopo la riforma.

Dall’incontro (durato quasi un ora negli uffici di Montecitorio) è emersa chiaramente la precisa volontà del Governo di procedere in modo spedito e determinato alle riforme necessarie per ottimizzare, anche in questo settore, sia le risorse umane sia le spese. La legge sarà approvata dal Parlamento, ci è stato riferito, con molta probabilità, ben prima della prossima estate.

Il disegno di legge finora non ha previsto chiaramente il nostro ruolo (e per farlo si dovranno superare non poche difficoltà normative) ma c’ è la disponibilità a trovare insieme soluzioni che servano a tutelare i settori che funzionano ed a migliorare la collaborazione fra istituzioni di polizia. In questo contesto Ettore Rosato si è dichiarato disponibile a valutare proposte di eventuali lievi modifiche o piccole integrazioni alla norma che consentano di trovare la massima sinergia fra corpi di regioni e provincie autonome e le istituzioni dello Stato che si occuperanno di polizia ambientale.

Giorni fa, a Ravenna, si sono scontrate due navi mercantili. Se l’incidente fosse accaduto in qualsiasi altro porto d’Europa si sarebbero attivate al massimo una o due forze di polizia specializzate. Invece nell’Adriatico si sono mosse due motovedette della Capitaneria, due motobarche dei piloti del porto, un natante dei Vigili del Fuoco, una motovedetta della Guardia di Finanza e un’altra della Polizia di Stato, «oltre» si legge in un comunicato ufficiale «alcuni mezzi dell’Aviazione militare». Mancavano, chissà perché, i carabinieri. Che invece un mese fa si sono distinti stroncando un’organizzazione che trafficava rifiuti in Liguria. Non hanno lavorato da soli: il reparto specializzato dei Noe è intervenuto con la Dia di Genova, la questura e la Forestale di La Spezia. «Sono i carabinieri che hanno collaborato con noi, e non viceversa!» hanno tenuto a specificare i forestali: «L’unica, vera polizia ambientale e forestale siamo noi!». Imitando il Commissario Lo Gatto (reso celebre da Lino Banfi, che nel 1981 faceva a gara con i carabinieri per arrestare Paolo Villaggio, alias “Fracchia la Belva Umana”), lo scorso 9 dicembre anche i militari di Varese hanno messo le manette a cinque agenti corrotti: operazione coadiuvata dall’Arma con l’appoggio della Penitenziaria, la Polizia di Stato e la Guardia di Finanza. Ecco: quello che succede tra Ravenna e Varese non è l’eccezione, ma la regola. Lo spreco di uomini e le sovrapposizioni tra corpi sono ormai endemici. Con il paradosso che se si denuncia uno spacciatore in flagrante rischiano di arrivare contemporaneamente quelli dell’antidroga, i carabinieri, la Finanza, la polizia provinciale, la municipale e, se lo spacciatore è un detenuto in permesso o ai domiciliari, pure gli uomini della Penitenziaria. «Serve una riforma radicale», spiega a “l’Espresso” il viceministro dell’Economia Enrico Morando, da sempre fautore dell’unificazione delle forze dell’ordine. Finora, però, il governo – a parte chiacchiere e promesse – ha fatto poco o nulla.
RENZI INDIETRO TUTTA
Nell’anno di grazia 2015 l’Italia resta l’unico paese al mondo ad avere cinque forze dell’ordine a carattere nazionale (la Polizia, i Carabinieri, la Finanza, la Forestale e la Penitenziaria) a cui vanno sommati i Vigili del Fuoco e le Capitanerie di Porto. Alle “sette sorelle”, inoltre, bisogna aggiungere la polizia municipale e quella provinciale, che vive e lotta insieme a noi nonostante le Province, dentro cui gli agenti erano incardinati, siano state soppresse. Ogni corpo ha i suoi comandi, i suoi centri operativi, le sue caserme, i suoi generali con tre o quattro stellette e ufficiali che difendono i privilegi. Sono decenni che esperti e addetti ai lavori chiedono alla politica una razionalizzazione del comparto sicurezza. Ma senza alcun successo: nonostante buoni propositi e proclami a profusione, le resistenze degli apparati sono poderose, e nessuna proposta sistemica è stata mai partorita in Parlamento. Anche Renzi, lo scorso ottobre, aveva ventilato una sforbiciata, spiegando come fosse ormai «impensabile avere più corpi che fanno le stesse cose». Qualcuno, in Consiglio dei ministri, giura a “l’Espresso” che il sogno del premier sarebbe quello di lasciare in vita solo Polizia e Carabinieri, (attraverso un accorpamento delle Fiamme Gialle all’Arma e della Penitenziaria alla Polizia), ma è probabile che gli unici che perderanno l’autonomia saranno i Forestali: pochi (in tutto meno di 8 mila) e politicamente poco influenti (Cesare Patrone, comandante in capo dal lontano 2004, è considerato uomo di centro-destra: fu nominato dall’ex ministro dell’Agricoltura Gianni Alemanno), entro i prossimi mesi potrebbero finire in un dipartimento specializzato sotto il Viminale. Altra novità in vista è la creazione di una “Centrale unica di acquisto”, in modo da evitare sprechi e limitare spese pazze su armamenti, divise e attrezzature. Secondo i numeri del ministero dell’Interno i delitti sono calati del 7 percento nell’ultimo anno. Eppure i sondaggi mostrano che gli italiani non si sentono affatto più sicuri. Troppo poco, secondo il Sap e il sindacato di settore della Cgil. Che vorrebbero una rivoluzione assai più incisiva. «Sembra paradossale che lo diciamo proprio noi. Ma passando da cinque a due polizie nazionali avremmo più soldi da investire negli stipendi dei nostri agenti, oggi tra i più bassi d’Europa (1.280 euro è quello d’ingresso, contro i 1.900 della Germania, ndr) e, soprattutto, più uomini per strada», ragiona Gianni Tonelli, segretario generale del sindacato autonomo di polizia, che dell’unificazione dei corpi ha fatto una bandiera. «Su oltre 20 miliardi totali spesi ogni anno, ne potremmo risparmiare da tre a sei». Evitando la settuplicazione degli apparati logistici, di sicuro, i risparmi sarebbero enormi. «Inoltre costituendo una centrale operativa unica potremmo liberare risorse umane per controllare meglio il territorio: se sommassimo tutti i piantoni d’Italia avremmo un’ottava forza di polizia, la più numerosa del Paese».
SPRECOPOLI IN DIVISA
Dati alla mano, il 60 per cento degli uomini in divisa, da Cuneo e Caltanissetta, lavora nell’apparato tecnico-logistico. Un esercito di colletti bianchi, segretari e impiegati: ognuna delle “sette sorelle” ha infatti le sue centrali operative, le sue caserme, gli uffici per le divise, quello per gli stipendi, il parco automezzi, i suoi apparati e le sue scuole di formazione. Una duplicazione pletorica che raggiunge, a Firenze, il suo apice: i 7 mila operatori in città fanno riferimento a 11 centrali diverse, mentre attorno all’Arno si contano quattro mense intitolate alla polizia, due in cui possono mangiare solo i carabinieri, una adibita ai pompieri e un’altra riservata alla municipale.
A Firenze alcuni comandi sono distanti pochi metri, ma anche a Roma e Milano le sovrapposizioni sono clamorose: vicino al Duomo si contano una trentina tra commissariati, caserme dell’Arma, sportelli “amici”, dipartimenti di pubblica sicurezza e uffici della questura. Lo sperpero regna sovrano anche all’interno dei singoli corpi: un deputato del Pd, Giuseppe Berretta, ha scoperto che a Catania la polizia spende quattro milioni per affittare 24 sedi per un totale di 80 mila metri. «Peccato che ne servano solo 25 mila», scrive il democrat in un’interrogazione parlamentare. «Uno spreco di risorse che fa il paio con lo spreco di uomini impegnati nella vigilanza di troppi immobili affittati: se si accorpassero tutti gli uffici in un’unica questura avremmo ben 150 poliziotti in più a disposizione per attività di sicurezza sul territorio catanese».
In Italia ci sono, attualmente, 1.850 centri di comando della Polizia di Stato, 6.140 dei carabinieri (di cui oltre 4 mila stazioni), oltre a una ventina di direzioni centrali, a cui vanno aggiunti i distaccamenti della Finanza. Un’enormità: non è un caso che qualche mese fa una nota della Ragioneria dello Stato abbia segnalato che i centri di costo della pubblica amministrazione, passati dai 137 del 2008 ai 251 del 2013, siano esplosi soprattutto a causa del contributo «del ministero dell’Interno, con un aumento delle prefetture e l’apertura di centri di costo riguardanti le questure e le direzioni regionali dei Vigili del Fuoco». Un caos che causa anche strane difformità territoriali: un rapporto firmato dall’ex commissario alla spending review Piero Giarda evidenzia, per esempio, che se in Lombardia i carabinieri costano a ogni abitante 59 euro l’anno, in Molise la cifra schizza a 176 euro, passando per i 150 della Calabria, i 136 del Trentino e i 164 della Sardegna.
GIUNGLA O SICUREZZA?
Secondo il successore di Giarda, Carlo Cottarelli, una riforma del comparto sicurezza avrebbe potuto portare a risparmi, nel 2015, di circa 800 milioni di euro, e a regime, dal 2016, di 1,7 miliardi l’anno. I due economisti non entravano nei dettagli. Ma di certo immaginavano una razionalizzazione radicale e non i piccoli tagli messi in cantiere dal Viminale, che vuol chiudere 200 posti di polizia tra cui «la squadra nautica di Riva del Garda e il gruppo a cavallo di Firenze».
Robetta. Gli spazi per riorganizzare in profondità il sistema, infatti, sono sterminati. Anche per quanto riguarda la catena di comando della politica, divisa tra cinque ministeri: se la polizia fa capo al ministero dell’Interno (così come i carabinieri, ma solo quando fanno ordine pubblico), l’Arma dipende direttamente dal ministero della Difesa, mentre la Guardia di Finanza da quello dell’Economia; la Penitenziaria è legata invece al ministero della Giustizia, e i Forestali prendono ordini da quello delle Politiche agricole. I vertici dei corpi vedono l’unificazione come il fumo negli occhi perché non vogliono perdere potere e privilegi (in primis stipendi che arrivano in molti casi al tetto di 240 mila euro imposto dal governo l’anno passato), ma anche i politici non vedono di buon occhio il ridimensionamento dei loro dicasteri: è un fatto che il ministro della Giustizia Andrea Orlando vuole tenersi ben stretta la “sua” penitenziaria, e ha già annunciato che «la fusione non è all’ordine del giorno». Se i ministeri litigano per le competenze, anche i reparti specializzati dei vari corpi si pestano i piedi a vicenda. Per legge, in materia di sanità e contraffazione alimentare, possono infatti intervenire sia i carabinieri dei Nas sia i Forestali e quelli della Finanza, mentre altri reati del settore agroalimentare sono contesi dal comando carabinieri Politiche agricole, dal nucleo operativo della Finanza (specializzata nelle frodi comunitarie) e, ovviamente, dai forestali, che spesso litigano con quelli del Noe quando si tratta di indagare sui crimini ambientali. Su cui, però, possono mettere becco anche gli specialisti della Finanza «con», dice una legge, «una componente aeronavale preposta». Persino la difesa dei nostri beni culturali è spacchettata tra più corpi: una direttiva del 1992 attribuisce ai carabinieri la Tutela del patrimonio culturale, ma un’altra firmata dall’ex ministro Beppe Pisanu del 2006 prevede che possa intervenire anche la Finanza, «per quel che concerne» si legge «i compiti di prevenzione, ricerca e repressione delle violazioni in materia di demanio e patrimonio pubblico». Insomma, tutti fanno tutto, spesso senza alcun coordinamento. Una patologia, anche perché i corpi insistono sullo stesso, identico territorio. In Francia la Polizia è presente nelle grandi città e la Gendarmeria opera nei piccoli centri, in Austria, Germania e Inghilterra ogni corpo ha identità e campi d’intervento ben delineati, da noi trionfano le duplicazioni. Una malattia che ha contagiato persino i dispositivi antimafia: la nascita della Dia, sulla carta la nostra Fbi, avrebbe dovuto comportare teoricamente lo scioglimento degli altri reparti specializzati. Invece polizia, finanza e carabinieri lavorano sul crimine organizzato come sempre, e tutti vantano una o più unità antidroga.
ANOMALIA ITALIANA
Finora, a parte l’ipotesi di cancellare i Forestali, il governo non ha messo sul tavolo nessuna riforma di rilievo. Eppure Morando, viceministro dell’Economia, resta ottimista. «La fusione del Corpo Forestale con la Polizia è solo un primo passo. Di sicuro ci sono i margini per effettuare riforme importanti, in modo da evitare sovrapposizioni non più accettabili. Bisogna che, almeno, il territorio venga diviso tra i corpi: dove c’è una forza di polizia non ce ne deve essere un’altra. In Europa siamo uno dei Paesi che spende di più, ma in termini di risultati facciamo peggio di Francia, Germania, Inghilterra e Spagna: vuol dire che c’è un problema di organizzazione e struttura del servizio. Le sembra opportuno, per esempio, che la Guardia di Finanza abbia reparti antisommossa come i Berretti Verdi?». L’anomalia italiana salta agli occhi analizzando anche gli ultimi dati Eurostat. Anche se le cronache nazionali raccontano di volanti che restano a secco di carburante, di uniformi che non bastano per tutti, di magistrati costretti a fare indagini con un organico falcidiato (ci sono 26 mila agenti di polizia giudiziaria in meno), siamo in assoluto il Paese della Ue con più divise sul campo, circa 276 mila. Un numero che non comprende né la polizia locale, né l’armata della Penitenziaria e dei vigili del fuoco. Non sono contributi secondari. Nei lunghi anni di Roberto Maroni al Viminale agli ex vigili urbani sono stati destinati investimenti enormi, proprio per rafforzarne il ruolo nel settore della sicurezza: è stato persino finanziato l’acquisto di un aereo per la municipale di Chieri, nel Bresciano. Salvo poi scoprire scandali più o meno clamorosi nella gestione dei pizzardoni: il più dirompente è quello sul Capodanno romano, con l’83,5 per cento degli agenti capitolini che hanno dato forfait (vedi box). Come è lontana l’Europa. La Germania e la Francia, più popolose, hanno rispettivamente meno uomini (243 mila e 206 mila), mentre la Gran Bretagna – dove le statistiche indicano livelli di sicurezza per noi lunari – ha quasi la metà dei nostri poliziotti. Così, se in Italia si contano 453 agenti ogni 100mila abitanti, in Francia scendono a 356, in Germania a 300, in Inghilterra a 259. La Norvegia, addirittura, appena 159. Una classifica confermata anche dall’altro studio di riferimento del settore, l’“European sourcebook of crime and criminal justice statistics”, secondo cui in Italia ci sarebbero addirittura 535 agenti ogni 100mila abitanti. Certo mafia, camorra e ’ndrangheta sono un cancro tricolore, e ogni nazione ha le sue peculiarità. Eppure la discrasia tra investimenti e risultati è evidente in ogni tabella Eurostat: nel 2012 abbiamo speso per i servizi di polizia l’1,2 per cento del Prodotto interno lordo, secondi solo a Spagna e Gran Bretagna. Oltre 18,3 miliardi, a cui vanno aggiunti altri due miliardi per i costi di vigili del fuoco e Penitenziaria. Un tesoro sprecato, speso senza attenzione, disperso nei rivoli dei nostri corpi affamati di autonomia e potere. Così gelosi della loro indipendenza da non essere riusciti neanche a creare il numero unico di emergenza. Dal 2004 la Ue ha infatti obbligato tutti i Paesi membri a usare il 112, in modo da smistare rapidamente le telefonate agli agenti più vicini o ai reparti specializzati. Su 28 nazioni siamo gli unici che non l’hanno ancora attivato, se non in via sperimentale a Varese, Milano e Brescia. «Non starò a guardare la vita dei cittadini italiani messa in pericolo perché il governo non ha fatto niente», disse nel 2010 il commissario europeo Neelie Kroes, annunciando la procedura d’infrazione contro l’Italia. Berlusconi prima, Monti e Letta poi, Renzi oggi hanno continuato a non far nulla. Nonostante in gioco ci sia la sicurezza dei cittadini e, pure, multe salatissime: se non ci mettiamo in regola rischiamo di pagare 178.560 euro al giorno.